C’è crisi dappertutto, dappertutto c’è crisi.

Odio tutti quelli nati tra gli anni 50′ e 80′ che si azzardano a parlare di crisi. Il mio capo, inutile dirlo, fa parte di questa categoria di persone convinte che il periodo peggiore l’hanno passato loro, che sono nati nel periodo di ripresa economica, quando subito dopo la proclamazione di laurea, e ancora prima di indossare la corona d’alloro, ti facevano firmare un contratto per un posto fisso a tempo indeterminato. Secondo il mio capo i giovani di oggi fanno ridere, perché studiano e la laurea non serve a niente:

Perché, tu credi a quelle baggianate tipo la datazione al carbonio???

Potrei chiedergli com’è che crede al m5s ma non crede alla datazione al carbonio.

E poiché studiano non lavorano, il che è grave perché solo se lavori 8 ore al giorno  sai cosa significa vivere. Se sono 6 di lavoro e 8 di studio non vale. E’ ancora meglio se, come lui, lavori 8 ore al giorno nell’impresa costruita da tuo padre, che magari poi ti vendi per aprire un’altra attività da far fallire dopo appena 10 anni. Lui, come tanti altri, ha vissuto pienamente il periodo meraviglioso in cui tutti compravano tutto facendo cambiali decennali perché tanto, col posto a tempo indeterminato presso l’ufficio comunale procurato dal cognato, se lo potevano permettere. Parole del mio capo: lui ha speso milioni e milioni andando a cena in ristorante ogni giorno, facendo vacanze costosissime e frequentando i casinò. Conosco tanti cinquantenni che oggi si mangiano le mani pensando a quanto son stati scemi a non comprare casa, pensando che la cuccagna sarebbe durata per sempre.

Oggi tutti quelli cresciuti nel mito del 68, delle proteste, dei sit-in, del lavoro alle poste o alla fiat, del posto fisso fino alla morte e altre cazzate, si lamentano della crisi come se non fosse colpa di chi ha votato negli ultimi 40 anni, come se bastassero 5 anni di governo  di una direzione a piacere per arrivare ad un punto del genere, come se l’Italia fosse scollata da un contesto economico-sociale-politico   internazionale. C’è ancora gente che non vede oltre la curva davanti casa.

Son contenta di essere nata nel declino, e di essere testimone dell’effetto “collo di bottiglia” che si sta verificando ora,  quello che sta causando il fallimento di tutte le aziende di questa amabile categoria di gente anti progresso, che non ha capito che gli umani non sono immuni alla legge universale secondo cui tutto ciò che non evolve è destinato all’estinzione.  

Se si parla di adattamento, hanno già vinto i giovani. Non è un colpo per noi sapere che:

  • il posto fisso è una leggenda metropolitana;
  • dovremo vivere per sempre in casa con altri coinquilini perché l’affitto è più alto dello stipendio;
  • se non ci facciamo la partita iva rinunciando a tutti i diritti che un lavoratore dipendente dovrebbe avere, per redditi lordi ridicoli di 12.000 euro l’anno, non ci assume nessuno;
  • che ci daranno la pensione a 110 anni;
  • che non ci compreremo mai una casa;
  • che è meglio se impariamo a pedalare tanto e a prendere i mezzi;
  • che farsi una famiglia è un’utopia;
  • che ormai per i tagli non esiste neanche il diritto allo studio e laurearsi diventa una doppia via crucis.

Nel frattempo il mio capo continua a postare foto del m5s, a mettersi mi piace da solo e a commentarsi da solo. Ciao fossili viventi, non mancherete a nessuno.

 

Quando non si va di corpo

Più passa il tempo più mi accorgo che questo blog è il mio cesso. Tutte le cagate vanno a finire in questo ambiente protetto in cui nessuno sa chi sono. Certe volte quando rileggo mi rendo conto della enorme banalità, a partire da quest’ultimo tema grafico che mi fa incrociare gli occhi ma che non ho voglia di cambiare. Questo blog a breve morirà, mentre io spero di rinascere in un altro blog miracolato, uno di quelli tematici, uno di quelli che potrebbero leggere più di 30 persone al giorno, e che avrebbe una qualche funzione.

Il mio cesso. Ora sto cagando qua, ma è da ieri che non vado a quello di casa mia. Mi rode, me ne voglio andare via, sto gia contattando ricercatori e professori per la tesi magistrale, che inizierò a fine 2014. Vivo nel futuro come sempre, senza godermi il presente, e senza capire perchè i 5 caffè di oggi non hanno fatto effetto.

Mi sono accorta che ho sempre scritto perchè invece di perché, con l’accento giusto. Non me ne era mai fregato niente, ma ora mi infastidisce. Mi sono accorta che sono stanca di essere una studentessa e di fare 2 lavori, e per questo ora ho 3 allievi fissi e il lavoro al locale il sabato, e studio 8 ore al giorno. Il 2014 deve essere l’ultimo anno così in tutta la mia vita. E inizierò ad usare la é.

Ieri una allieva mi ha chiesto se dentro di noi abbiamo gli atomi. Ma cazzo, che fanno i professori a scuola?

Una delle mie allieve ha una mamma ritardata, e le auguro la morte (alla mamma). Pesa almeno 150 chili e urla, per ogni cazzata urla. E parla sempre della sua vagina, di tutte le malattie e le medicine che deve prendere, e mi chiede di aprirgli la confezione della lavanda vaginale, che pare un clistere. Interrompe la lezione per dare ordini alla figlia tipo cambiare una cazzata che ha comprato dai cinesi o mandarla a comprare la cena, mentre io aspetto.  E sono l’unica finestra di normalità di questa povera ragazza che non so come aiutare, che tra poco ha 18 anni ma che non potrà mai andare via di casa perché è un po ritardata anche lei, e il mondo fuori dalla porta di casa la farà a pezzi.

Il mio capo non vuole più suicidarsi, né dare fuoco al locale. Ha capito tutto: ha smesso di pagare affitto, bollette e equitalia. Finché la barca va la lascia andare, e come dargli torto se tanto la barca sarebbe affondata comunque in un lasso di tempo praticamente uguale? E’ tornata la scema sposata con l’arabo, ora sta divorziando finally. Qui a Roma non si vede il sole da quasi un mese, e io sto impazzendo.

Ho dovuto spendere tutti i soldi ricevuti alla laurea: biglietto aereo, bollette, spesa. I miei mi passano zero euro, e qualcuno mi prende in giro dandomi della workaholic. Non leggo un libro da una vita, l’ultimo che ho letto era l’ultimo di cronache del ghiaccio e del fuoco. In compenso perdo un sacco di tempo a leggere cazzate su repubblica e a vedere video di dementi su youtube.

C’è un mondo li fuori, e io non sono mai uscita dalla porta. E ora non rileggerò nemmeno, così potrò essere bulimicamente imperfetta: da domani potrò tornare a comportarmi a modo , a scrivere tesine su cose che non mi interessano, curando le fonti e la punteggiatura. 

Cose da fare, un giorno, prima o poi

Ho così tanti progetti per la testa che mi piacerebbe realizzare, e così pochi già realizzati (ad essere sinceri solo uno: la laurea) che non riesco a togliermi di dosso la fastidiosa sensazione di vivere in un noiosissimo limbo. Uno spazio bianco e monotono, dove tutto può succedere ma dove, in realtà, non accade una beneamata minchia. Preso atto del desiderio d’indipendenza del figlio della padrona di casa, e il rischio troppo alto di ritrovarmi, dopo due anni di disintossicazione, nuovamente a contatto con coinquilini di merda,  ho deciso di scuotere un po la neve finta nella palla di vetro con neve in cui sono rinchiusa, e ho deciso di lasciare Roma fino a data ignota. 

Nel momento in cui ho realizzato, mentre chiacchieravo col mio ragazzo, che lasciare Roma fosse la mossa più logica visto che a giugno finirò tutti i corsi della specialistica, ho provato una sensazione di sconfitta. Inoltre dopo essere riusciti ad andare a vivere assieme, questo distaccamento mi sembrava come regredire. In realtà ora mi sento goduriosamente bene, perché potrebbe essere la prima volta nella mia vita che riesco a mettere qualcosa da parte senza dover devolvere tutto per bollette e affitto.

Roma è diventata invivibile, è fatta di cartelloni pubblicitari orrendi piazzati ovunque senza criterio, mercatini del rubato immensi, cantieri della metro c abbandonati, sale slot , borseggiatori, mendicanti, molestatori, e gente che si arricchisce facendomi lavorare per 5 euro l’ora e in nero.

Roma città eterna,  Roma schifo eterno quando ti allontani dalla zona centrale. Cosa ha di caratteristicamente romano la Palmiro Togliatti, me lo spiegate? Sarà che, nonostante 7 anni siano passati, non sono e non sarò mai romana, e non potrò mai comprendere l’indifferenza che caratterizza i romani nei confronti della loro città natale, chi più chi meno. Roma bellissima pagina su cui iniziare a scrivere, ma è arrivato il momento di alzare il sedere e iniziare a realizzare qualcosa per cui valga la pena vivere.  Ci ho pensato spesso, alle cose da fare nella mia vita. Non necessariamente in vista della morte, ma quelle da fare PER ME, anche solo una volta nella vita, o per sempre, e la prima della lista è sicuramente:

1)Svolgere il tirocinio per la tesi magistrale all’estero. Non tutti i mali vengono per nuocere. Se la padrona di casa non ci avesse sbolognato, io dovrei pagarmi l’affitto, e avrei dovuto faticare il triplo per riuscire in questa impresa. Dunque grazie Karma, vedo che inizi a fare le cose bene.

Poi, non per forza in ordine di importanza:

2)Prendere la laurea magistrale nel minor tempo possibile e diventare una zoologa.

3)Uscire dai confini italiani. Ho 26 anni e non sono mai andata all’estero, vergogna.

4)Riuscire a correre per 20 minuti di fila. Giuro che sono proprio inetta, finora il mio record è 3 minuti.

5)Fare una crocera sui fiordi norvegesi.

6)Imparare nuove lingue, la prima è il tedesco.

7)Poter andare a fare shopping convulsivo senza badare a spese e senza limiti.

8)Fare una escursione a cavallo.

9)Scalare una montagna. Sempre sognato, chissà se potrò farlo mai.

10)Impanare una quantità enorme di melanzane e mangiarne quante ne voglio, c’è anche l’alternativa patatine fritte. E’ una cosa che faccio almeno una volta l’anno, e vorrei continuare.

11)Ritornare a pesare 53 chili. Ci sto lavorando su seriamente: per la prima volta in vita mia non mangio schifezze da ben 6 giorni! (Profondo contrasto con la 8).

12)Andare a visitare il Polo Sud.

13)Prendere il brevetto da sub.

14)Fare un corso di arrampicata.

15)Studiare storia. Mai studiata, e in compenso sono una grande asina.

16)Comprarmi una casa. (Ahahahahahhahaha)

17)Quando farò la mia prima pubblicazione come ricercatrice, voglio dare una grande festa in cui tutti si ubriacheranno. Me compresa.

18)Regalare ai miei genitori: il salotto che non si sono mai potuti comprare in 35 anni di matrimonio, un bell’orologio a mio padre (sono riuscita a regalarlo solo a mia madre), una vacanza.

19)Abbracciare un leone, un ghepardo, un delfino e una scimmia (qualunque specie va bene).

20)Fare l’oratore ad un convegno scientifico.

21)Tornare nella città da cui provengo col mio ragazzo tra 20 anni e rimanere a vivere li assieme per sempre, facendo il lavoro dei nostri sogni. Il mio è sempre di carattere ecologico, per il mio ragazzo credo sia “vivere di rendita giocando e dormendo”.

22)Trascorrere delle giornate di lavoro da zoologa col mio ragazzo e fargli vedere quello che faccio.

23)Adottare un bambino.

24)Fare una cena coi miei compagni delle medie e sbattere loro in faccia che fanno dei lavori di merda mentre io sono una figa. In realtà la cena l’hanno fatta, ma non sono stata invitata, segno che il disprezzo è reciproco. Però è stato invitato l’imbecille che parlava con le tabelline, e quella che veniva in pantaloncini e gambe scimmiesche non depilate.

25)Imparare a cucire.

26)Tatuarmi in piccolo nel braccio ogni animale che studierò nella mia carriera.

27)Non fare mai più in vita mia: cameriera, distributrice di volantini, venditrice di abbonamenti, commessa.

28)Allargare la mia collezione di gattini soprammobili con gattini provenienti da tutto il mondo. Sono uno più kitsch dell’altro.

29)Ricevere premi. Nessuna preferenza, a parte il fatto che devono avere tutti denotazione positiva. Il premio “più brutta della classe” l’ho gia vinto. E comunque sono diventata  figa solo dopo i 18, che è meglio di smetterlo di essere a 18 (o a 15…) ah.

30)Ottenere molte più cose di quante potrò mai scriverne qui, ed essere troppo impegnata per riportarle.

Periodi no, periodi ni.

Tra due settimane mi laureo, finalmente.

Lavoro,

soldi che non bastano,

scassamento di palle,

voglia di fare qualsiasi cosa assente.

Proprio

non

ce

la

faccio. Più.

 

No.

Ho saputo di non aver vinto la borsa di studio, nonostante il mio isee fosse ridicolo, nonostante alcuni elementi si vantano su fb del fatto che la prima rata della borsa arriva giusto in tempo per regali e vacanze, beandosi senza ritegno. Io ho osservato i loro profili come una stalker, e gli auguro di non incrociare il loro sguardo col mio MAI. Nella stessa giornata vengo a sapere che dovremo lasciare casa, perchè il figlio della padrona di casa ha bisogno di indipendenza, e che cazzo proprio  ora la doveva trovare sta indipendenza. Lei ha detto che ci sarà una ragazza di mezzo, e mi chiedo come? Ok che ha questa casa (grande e bella, una rarità) e che ha un contratto a tempo indeterminato, ma ha la faccia come quella di arnold swartzcomecazzosiscrive quando sta per morire soffocato su Marte in “atto di forza”. In più è pelato. Quale ragazza? Mariangela Fantozzi.

Sto sotto ad un treno, cazzo.

Pateticità a tutto spiano, eppure sono ancora qui che ci credo, che mi impegno. Oggi io e G abbiamo distribuito un po di curriculum, io guardavo tutti male urlando mentalmente Non ti azzardare a chiamarmi. La mia voglia di passare al Natale è pari all’intelligenza di Ferrara, figurarsi la mia voglia di passare il Natale a servire i clienti. Odio tutti, odio anche voi che leggete a scrocco e non lasciate mai commenti, neanche per dirmi fai schifo. No non me lo dite vi prego, manca poco a Natale.

Lavori fecali per studenti che non vogliono guadagnare: venenum in cauda

A fine agosto G. è riuscita ad infilarmi nel risto-disco-pub in cui lavora. La paga al minimo sindacale e le otto interminabili ore da passare in piedi non mi stuzzicano tanto, e accettare questo lavoro, ma anche qualsiasi lavoro, è come darmi una coltellata da sola: uno di quei casi in cui devi prima convincerti mentalmente che è la cosa migliore, e poi trovare il coraggio di farlo per davvero, per poi renderti conto che hai gia preso la metro e stai per iniziare il tuo primo giorno di lavoro.

Non ne ho voglia.

Il personale

Il capo è un tentativo di simpatia mal riuscito, una pizza bruciata. Vive del carisma riflesso del barista che, nonostante la forte coglionaggine che lo caratterizza, è paradossalmente l’unica persona in grado di comunicare normalmente.  Il cuoco è rigorosamente indiano, come tutti i cuochi a Roma. Nelle altre città non so se sono sempre indiani.  L’altro barista, C., è uno di noi (noi= io e G.): giovane ragazzo fuorisede che cerca di portare a casa i soldi dell’affitto, rinunciando a qualunque cosa abbia a che fare con il concetto di felicità o socialità. C’è poi un’altra cameriera, amica di vecchia data del principale, che evita di salutare, presentarsi o aiutare nel lavoro.

Il raduno dei poracci

Karaoke da due soldi, e poi daje de giorgia, venditti, eros ramazzotti e anastacia, tatangelo, e tutto il resto è noia no,

                                                                                             non ho detto gioia!

                                                      ma noia noia noia

certe notti la macchina è calda, qualcuno decide che andare a tempo sia fuori moda, e quindi se il ritmo della canzone è:

ta ta ta ta ta ta ta ta

quello stronzo la deve cantare così:

ta           ta            ta              ta

per poi ravvedersi:

tatatatatata

quando si accorge che è fuori tempo, e fuori dal mondo.

Ogni settimana viene un’asina grande che si dimena sul palco come fa beyoncè durante gli acuti megagalattici, alzando le mani e strizzando gli occhi per lo sforzo. Ascoltarla è come insaponarsi le orecchie con un cactus. Due settimane fa l’universo mi ha punito quando, dopo aver riflettuto col barista su quanto ella potesse essere cagna, si è presentata davanti a me parlando di roba di poco interesse e intonandoci sopra una canzone, con tanto di balletto, solo per me. Verrò punita anche per queste due righe probabilmente. E’ sempre pieno di donne-scaldabagno che fanno ordinazioni tipo: coca cola zero con cannuccia, coca cola zero con ghiaccio e limone ma senza cannuccia, coca cola zero con ghiaccio, limone e cannuccia, coca cola zero senza ghiaccio ma con limone e cannuccia (nb: ordinazione presa realmente). Spesso devo attraversare la pista da ballo col vassoio pieno di bicchieri , o con roba da mangiare, col terrore che mi buttino tutto a terra, dato che ci sono quelle luci flash che ti fanno vedere tutto a rallentatore e che non ti fanno capire un cazzo. Non ho mai rovesciato niente, in compenso però durante quei momenti mi prendo un sacco di ginocchiate e colpi in faccia. Ogni tanto qualche cliente prova a coinvolgermi in un ballo, anche alle due di notte quando sono stanca e faccio la faccia di merda a tutti. Io odio i miei clienti, tutti, dal primo all’ultimo, tutte le cameriere li odiano, tutti quelli che lavorano con la gente odiano la gente. Sputerei in tutti i loro bicchieri, soprattutto nei bicchieri di quelle quattro botti di piscio ubriache che alle tre di notte non si decidevano a tornare nella loro tana nella fogna.

Mi sono ritrovata a fare i conti con la mia sordità, ancora più invalidante in luoghi del genere: un cliente una volta mi ha chiesto un cocktail, io ovviamente non avevo capito cosa avesse detto, ma il fatto che avesse un atteggiamento scherzoso mi aveva fatto intendere che volesse offrirmi da bere, così mi sono ritrovata a tirarmela mentre lui mi spiegava che in realtà voleva prendere da bere solo per lui.

Sorpresa

Col cambio di gestione, di cui veniamo a conoscenza solo un paio di settimane prima, si scatena un clima da guerra fredda: ci si passa notizie sottobanco su chi verrà o chi non verrà, ci si chiede se verremo licenziati o no, ma la verità è che nessuno, neanche i proprietari, sanno come andrà a finire. Il caos si scatena con la nascita di un’oligarchia formata da fenomeni da baraccone incompetenti o rompicoglioni.  La prima sera in cui c’è “la nuova gestione” il locale fa il sold out. C’è gente ovunque, che sbuca dal nulla come un’invasione di scarafaggi, e tutti mi chiamano: il barista, i clienti, il cuoco. E sono tutti incazzati. Il proprietario è scocciato perchè quando la gente arriva io non sono sulla porta d’ingresso a dire <<buonasega!!>>,  ma magari sto prendendo l’ordinazione ad un tavolo formato da 23 indecisi.

Nessuno capisce che la mia faccia di merda non è una scelta, e che l’espressione seria ce l’ho nel dna, infatti il barista-fenomeno da baraccone continua a urlarmi SORRIDI! Per varie ore non ho neanche il tempo di fare una pisciata in santa pace, anche se ogni volta che vado dietro il bancone rilascio una scorreggia, nonostante si meritino tutti un bel cagatone.

Conclusione

La serata si conclude con un gran mal di collo, mal di schiena, mezz’ora di lavoro in più del solito, e un quarto d’ora di processo a me e a G. perchè due tavoli hanno fatto il famoso mangia e scappa. La capa ci chiede come è potuto accadere e ci guarda affranta, dicendo quanto la cosa le dia molta noia. Erano le quattro di mattina e stavo svenendo. La mia difesa è stata tipo si sono una merda è colpa mia ora posso andare a casa? Mentre G. invece, che proprio non ci sta ai soprusi, ha continuato a rispondere a tono, prolungando la tortura.

Quella sera ho deciso di dare un taglio,

alle paghe da fame,

alla pulizia dei cessi,

a raccogliere il vomito di ragazzini ubriachi,

al sorriso obbligatorio e al dolore che mi viene ai lati della bocca ogni volta che ci provo,

alla sopportazione esasperata di tutto ciò che mi rende infelice.

G. dice che siamo abituate male, ma la verità dietro tutto questo è che non riesco a farmi comandare da chi è più stupido di me, ma soprattutto che non si sfugge facilmente alle paghe da fame, alla pulizia dei cessi, a raccogliere il vomito di ragazzini ubriachi, al sorriso obbligatorio e al dolore che mi viene ai lati della bocca ogni volta che ci provo, alla sopportazione esasperata di tutto ciò che rende infelice.

Qualcuno ieri sera mi ha detto <<mi sa che questo lavoro non lo farai ancora per molto>> ed è stato bello poter rispondere << ma che cazzo me ne fotte, io tra un mese mi laureo e vaffanculo a tutti>>.

Stupida nostalgia

-Eh insomma, so’ annato casa de’ ‘sta qua, manco sapevo chi era. E infatti si è rivelata per quello che era-

-E cioè?-

-Na’ grandissima zoccola-

Non mi capita quasi mai di assistere a uomini che fanno gossip sentimentale coi miei stessi occhi/orecchie. Mi tolgo le cuffie e godo di questo momento, facendo stretching a vuoto solo per farmi gli affari di un ragazzetto estremamente presuntuoso.

Sento le tavole storte della pedana sotto la mia schiena, o forse è solo colpa della mia schiena storta. A fianco a me un tizio fa le flessioni.Guardo stormi di uccelli giocando a indovinarne la specie, ma è troppo semplice. Chiudo gli occhi, è un momento perfetto, dopotutto.

Il sole sta tramontando, devo essere a casa prima che faccia buio e il parco si riempia di strane creature. Chiamo mia madre, mi serve compagnia durante il tragitto di ritorno. Mi manca, vorrei passare del tempo con lei, ma non so che dirle, e neanche lei sa che dirmi. Vorrei dirle che sono cresciuta troppo in fretta, che non vedevo l’ora, ma che ora che sono dall’altra parte vorrei una bacchetta magica per tornare a quando mi nascondevo da lei per non farmi pettinare. Come sta babbo?I miei fratelli?Mia sorella?I cani? Gli argomenti finiscono in fretta, scivolano via, come un vino troppo buono. Mi sento male per lei, perchè io non sono li, perchè miei fratelli presto partiranno, perchè mia sorella è gia partita, e non voglio che si senta sola. Abitare lontani è come essere spaccati in due, è come avere sempre due opinioni, incompatibili.

E’ come: lascio o non lascio sto lavoro?

Certo, sono davvero pochi spiccioli, ma è sempre meglio di niente.E magari mi da qualche giornata di lavoro in più a luglio.

Certo però che passare la serata ad essere sgridati per stronzate e trattati come imbecilli non è bello. Sono veramente arrivata a questo punto?

L’ho lasciato, sono una cogliona e mi sento tremendamente in colpa.

L’ho lasciato, non ce la facevo più a lavorare in quel buco di merda.

Quattro esami alla laurea, ma sembrano mille. Mi alzo, studio, faccio il caffè, studio, cago, studio mentre cago, pranzo, studio, vado al parco a far finta di correre. La mia vita è un motivo, è la texture di una carta da parati: non sai dove inizia, e non sai dove finisce. Sai solo come andrà a finire, o a iniziare, a seconda dei punti di vista.

Anche il mio lavoro è un motivo. Ogni anno il mio capo pensa che l’anno successivo non riaprirà. Ogni anno colleziono un’esperienza di lavoro al servizio di psicopatici, fino  a settembre quando il mio capo mi richiama perchè ha deciso di riaprire. Per tutto l’anno minaccia di impiccarsi, di dar fuoco al locale, di smettere di pagare l’affitto, ma è immancabilmente dietro la cassa, fino a giugno, quando annuncerà solennemente che stavolta non c’è niente da fare, che l’anno prossimo non riaprirà per davvero.

Ho l’ansia da routine, vorrei tornare a quando era tutto nuovo. Vorrei capire come fa la gente a lavorare in fabbrica, a compiere per anni lo stesso gesto. Conti il tempo in ore, talvolta mi è capitato di contarlo in mezzore, il che è qualcosa di straziante. Otto ore: sedici mezzore. Infinito.

Gesti che, ripetuti all’infinito, diventano così morbosamente perfetti da finire per perdere qualsiasi significato. Un orologio con un meccanismo preciso, frutto della più moderna tecnologia,  ridotto ad un banale tic tac che non ti permette di riposare.

La coinquilinità – Parte 2

Per chi si è perso la prima parte, la potete leggere qui.

Ci eravamo lasciati con  “La tardona frustrata col ragazzo immaginario, che odia le altre donne che invece hanno dei ragazzi veri”, ovvero colei che mi ha fatto perdere un mese di affitto e la sessione estiva nel primo anno d’università.

Ora è settembre, il caldo mi ha dato alla testa per tutta l’estate. Ho dato solo due esami, non si decidono a darmi la seconda rata della borsa di studio, non ho soldi. Vengo colpita da un’ illuminazione cerebrale. Devo fare la ragazza alla pari. Casa gratis, niente bollette, niente spesa. Come ho fatto a non pensarci prima?!

La famiglia che fa da feedback a retroazione negativa di se stessa

Dopo due ore di tram sono seduta in una stanza da letto arredata in maniera eccessivamente dozzinale, quella dove dovrei dormire io, con una madre di classe f— (con tre meno) che ciarla alla rinfusa:

-no fidanzati/amici a casa: il figlio (dueenne) è al centro del classico divorzio “non ti faccio vedere tuo figlio ma mi devi passare gli alimenti”. Il risultato, a dire della madre, è un bambino che scambia  qualsiasi figura maschile varchi la porta di casa  per il suo padre naturale.

-il figlio è celiaco. Le analisi dicono di no, il dottore pure, ma lei è l’unica ad averlo capito. La Erin Brockovich della celiachia, sola contro la casta dei dottori.

Non sono le parole che ha usato lei, ma questo è quello che c’era da capire.

Il resto è un brusio continuo di banalità e bla bla bla, deve essere così che ci si sente un secondo prima di morire. E’ come se una blatta mi stesse mangiando il cervello. Una parola di troppo, e lei pensa che  voglia lavorare in manicomio gratis. Non ho il coraggio di farglielo notare, quindi faccio quello che so fare meglio: saluto e scappo. La sera stessa mi arriva un sms tipo “io e Nicola (chiamiamolo così) vorremmo tanto che venissi a stare qui da noi, ci sei piaciuta tanto”. Sto cazzo. Strumentalizzatrice di bambini segretamente celiaci, sei matta come la merda.

Va da se che scelgo la seconda e ultima famiglia che analizzo: hanno una casa grande immersa in un parco condominiale, è una coppia giovanile, hanno due gemelli di meno di due anni, cani, vitto-alloggio-paga-lavoro 5 ore al giorno. Sono felice.

Dormo in camera coi bambini, ma sono felice. Ci metto due ore e mezza per arrivare dal mio ragazzo: parto sabato mattina e torno domenica pomeriggio, ma sono felice. E’ un quartiere noiosissimo e io sto facendo una vita noiosissima, non ho una vita sociale, ma….lo sapete gia, sono felice, devo essere felice. Cambio pannolini, mi riempio di merda, ma i bimbi son carucci, e poi mi hanno dato la paga del primo mese in anticipo.

Purtroppo passato il primo mese, come sempre accade, inizi a notare le crepe. Si allargano a vista d’occhio finché non ti ritrovi sotto un cumulo di macerie:

-le ore di lavoro aumentano

-ogni tanto mi fanno portare i cani a fare i bisogni. Uno di questi è enorme e malato, fa cagate di elefante puzzolenti e molli che si sfracellano quando le raccolgo. Pesano un chilo l’una.

-lei mi chiede “puoi preparare da mangiare a mio marito quando torna da lavoro?”

-il marito impara la lezione e successivamente bussa in camera per dirmi direttamente cosa gli devo cucinare

-dopo le lezioni all’università devo correre a casa, pena musi e frecciatine

Durante il giorno sto attenta al cane che sviene, sbava ovunque producendo schiuma bianca e si piscia addosso nel salotto, coi bambini alle calcagna che tentano continuamente di gattonare su questo miscuglio vomitevole di rifiuti organici. Spesso li sorprendo a giocare coi testicoli del cane, estasiati e affascinati. Il cane rimane immobile, non so se per piacere o se per paura. E’ una lotta persa, consumo sapone come fosse acqua. La domenica andiamo tutti a porta di roma a sfracellarci i coglioni, coi bambini che giocano a fare il salto dal carrello, a testa in giù. Odio i centri commerciali: mi bruciano gli occhi, mi brucia la gola, mi infastidisce la gente, e c’è sempre un negozio d’animali, che mi mette infinita tristezza.

Dopo cena mi siedo a studiare, ma crollo sul libro dopo mezzora al massimo, senza aver appreso nulla. Qualche volta mi tocca andare a letto prima per non sentire i genitori che scopano. Si sente solo lui però, e questo è inquietante.

Qualche tempo dopo inizia l’incubo: lei si impegna a lavorare non so dove, così decide di dare i bambini a sua madre per un mesetto, qualche centinaio di chilometri più a sud, togliendomi l’unica ragione del mio trovarmi li. Non ho nulla da fare, e divento automaticamente  donna delle pulizie, sguattera, cuoca. La paga passa silenziosamente in sordina, e io non so che fare.

I bambini finalmente tornano:  sono visibilmente provati dall’abbandono di un mese, ma sono l’unica che se ne accorge. Anzi, i genitori entusiasti progettano di riabbandonarli anche  il mese successivo. Hip Hip Urrà!!

Si instaura un clima da guerra fredda, si sovrappongono  sfratto, lavoro, salute, mille problemi che non sono prolemi. Hanno tre appartamenti in affitto ma sai le spese sono tante, vogliono trasferirsi in un’altra regione e provano a portarmi sulla loro nave che sta affondando. No grazie. Gli ultimi giorni sono un misto di imbarazzo, intolleranza, voglia di non incontrarsi mai più, e la tentazione di farmi raschiare l’apparato riproduttore.

Donne cesse che si credono fighe e non vogliono il cibo cucinato da me

Mi dico che deve esistere la casa perfetta. Sogno ancora di coinquiline che diventano amiche del cuore, che si dividono la leggendaria pasta aglio, olio e peperoncino al ritorno dai locali all’alba, che si preparano assieme davanti allo specchio e si scambiano i vestiti. Non chiedo troppo, eppure no. Non è possibile che succedano queste cose se abiti con le donne. Mi sono arresa: non esiste. Le donne sono le coinquiline di merda per eccellenza. L’ho capito, ma troppo tardi. Mi trasferisco nella nuova casa sognando pucci miao best friendz foreva’.

Una si chiama sefora, e si incazza quando le chiedono come mai ha un nome così strano. E’ così acida che potrebbe sturare gli scarichi con la forza del pensiero. Ed è brutta, è la classica donna di paese, dentro e fuori. La sorella è un po meno indecente, ma in fondo sono come la bella e la brutta copia di un libro harmony. Comuniste fino all’irrazionalità, senza sapere che volesse dire. Hanno parlato per giorni di una fiction che volevano vedere  perché nella pubblicità si vedeva che gli attori si disponevano mimando il quadro de “il quarto stato”.

-Il quarto stato-

-Si, il quarto stato-

-Ah lo dobbiamo vedere, c’è il quarto stato!!-

La bruttona si veste anche molto male, con outfit che urlano il diritto all’eutanasia: spesso ha una gonna scozzese a portafoglio, marrone chiaro, scuro  e arancione, che indossa con un maglione dolcevita nero. La mia compagna di stanza è la loro BFF: l’unica parola che ci siamo mai dette è  “ciao”. Giuro. Infine c’è una siciliana, che odia a morte le altre tre, ma che anela disperatamente al loro amore/approvazione. Loro però alternano momenti d’amore a momenti in cui la denigrano in maniera più o meno diretta. Questo, oltre a rendere ancora più morboso il suo desiderio di essere amata, le causa un serio scompenso psicologico, oltre alla tendenza a cercarmi solo nel periodo in cui non la amano.  

L’ossessione di questa casa sono le offerte. Raccolgono volantini ovunque. Il mio ragazzo di solito arriva a casa con pupazzi putridi raccolti al cassonetto, sedie (sempre prese al cassonetto), avanzi di pizzerie e cartonati ed espositori rubati alle edicole. Loro arrivano a casa con mazzi di volantini: saponi e profumi, sisa, coop, sma, lidle, eurospin, limoni. Sanno quando iniziano e quando scadono le offerte, di tutti i negozi, ed è il loro argomento principale di conversazione. Cerchiano a penna le offerte interessanti e usciamo tutte e cinque con gli zaini per fare la spesa assieme. Viene stabilita la tattica che consente di fare il giro di tutti i mille supermercati nel minor tempo possibile. Se malauguratamente un prodotto è stato esaurito, scoppia  il panico, e subito dopo una discussione su cosa è meglio prendere in alternativa. Di solito non partecipo mai a nessuna discussione con loro, perché mia madre mi ha sempre detto che coi pazzi non si discute. Maciniamo chilometri, cariche come muli, fino al quinto piano senza ascensore.

Le due sorelle brutte tornano spesso al loro paese, portandosi dietro borse piene di primizie e pane fatto in casa. Cucinano da dio e, nonostante la pazzia della spesa e il fatto che a cena tutte guardino un posto al sole (hai letto bene, quella cosa la) io non ho mai mangiato così bene in vita mia. Cucinano solo loro, e se mi propongo scateno reazioni irrazionali, sguardi sbarrati e pruriti. I turni per lavare i piatti si basano su un logaritmo super segreto che capiscono solo loro, ma a testa in giu e solo nei giorni prescritti dall’oroscopo. Quando li lavo io vanno sempre a vedere se odorano: talvolta si lamentano di sentire odore di uovo, e se li rilavano. Valle a capì.

Ogni tanto una delle sorelle brutte riesce ad accalappiare un rifiuto umano, che viene invitato a pranzo. Di solito sono individui grassi, pelosi e sudaticci. Ma, invece di ringraziare il signore per avergli inviato un pene che non si accartocciasse alla loro vista, le sorelle aspettano che l’ospite vada via per tirarsela e rompere il cazzo perché è brutto,  non ha i capelli e altre cazzate, che nulla sono in confronto ai loro baffi neri e setosi come le setole di un cinghiale.

Hanno anche un gruppo di amici normali, che son sempre felice di vedere: ogni volta che ci sono loro a casa le sorelle preparano pizze e carne arrosto, e io vado a letto super piena. Una volta un loro nuovo amico ha chiamato sefora “anfora“: sono stata l’unica a trovare questa gaffe fottutamente geniale. Ho riso solo io, sotto lo sguardo stizzito delle mie coinquiline.

I tre mesi in questa casa sono stati tre mesi di buon cibo e sgradita solitudine. Venti giorni prima di andare via dalla casa festeggio il mio compleanno. Due ore prima le sfigate vengono in gruppo a dirmi che non parteciperanno perché devono studiare. E’ sabato sera, e abitano li. La mia reazione è qualcosa tipo ARE YOU FUCKING KIDDING ME?!! Gli dico in modo educato di fare come cazzo gli pare.

A sorpresa si uniscono alla festa, facendo amicizia con la ragazza del mio atualecoinquilino, alla quale non mancano di chiedere davanti a me “ma perchè non vieni tu a vivere qua??”. Tanti auguri a me! 

Il giorno del trasloco ho cucinato una cena faraonica,  che ho trasportato dal mio ragazzo, lasciando in casa solo un profumo celestiale e le pentole sporche.

Lavori fecali per studenti che non vogliono guadagnare

work-cat-f

Domani mattina alle 6,00

Fa caldo. Non siamo neanche a maggio, ma a me sembra agosto. Sono reduce da una sbronza medio alta, indosso ancora lo stesso vestiario di ieri sera, miracolosamente intatto: una minigonna, collant cento denari e una maglia che non è mia. G mi ha procurato un colloquio, a cui devo andare per forza se non voglio che mi faccia sentire in colpa per sempre. Ho trascorso la mattina sul divano, in coma, nella speranza di riprendermi. La ricetta è sempre la solita: acqua, molta acqua, in più G mi ha consigliato le banane. Per non sbagliare ne mangio tre, e sono pronta.

G è una figa, mentre io sembro una prostituta a buon mercato. Siamo sedute in un locale che ha il nome di un detersivo, davanti ad  una donna in carriera iperattiva tutta casa-lavoro-no tempo per uomini che propone turni di 9,30 ore con paga al minimo sindacale. Le cameriere hanno la parannanza che arriva alle ginocchia e una bandana orrenda che non si chiama bandana ma ora non mi viene il nome: è un’uniforme anti stupro. La donna in carriera mi dice:

Domani mattina tu vieni alle 6,00, ok?

Non mostro la minima emozione.

Certo, nessun problema.

Ma solo nell’anno duemilacredici.

Quando usciamo stiamo ridendo come idiote. E’ il primo colloquio, col cazzo che veniamo qua, e non appena due ore dopo disdiciamo tutto. Possiamo trovare di meglio, dico. Siamo giovani, fighe e in gamba, col cazzo che mi metto quel grembiule.

G però non è contenta, pretende che ora ci scegliamo un quartiere e andiamo a dare i curriculum. Io mi reggo a malapena in piedi, e mi toglierei ste calze polari se non fosse che non mi depilo da una vita, come tutte le brave ragazze fidanzate da troppo tempo. Alla fine riesce a corrompermi con due ore di spiaggiamento sul suo divano, una spremuta d’arancia e una fetta di pane e nutella. Il fatto che ci muoveremo in macchina è invece un buon incentivo a rialzarmi.

Il proprietario di un locale, un ottuagenario barbuto, sta mangiando quando entriamo per dargli il curriculum. Parte subito a farneticare sparando a zero su parlamentari e classe politica in generale. Varie volte tentiamo di liberarci dalla sua stretta verbale, ma ci segue fino al marciapiede di fronte al locale, irriducibile come solo i vecchi farneticatori politicanti sanno essere. Io non riesco a non fissare il sugo che gli ha impregnato tutta la barba intorno alla bocca. Inizia sul rosso nella zona del labbro e poi va via via salendo sfumando sul giallo ocra. Provo disgusto misto a istinto di cavarmi gli occhi. Gli altri locali promettono miracoli a settembre, ma per l’estate consigliano di attaccarci al cazzo.

Devi sorridere

Roma centro, abiente distinto, sembra di stare alla corte di uomini e donne.

Camerieri: gilet grigio-argento, un po vintage un po disco, cravattino da vero gentle man. Scarpe lucide nere. Barbetta casuale, nel complesso cloni di Gabriel Gark che recita in fiction di dubbia qualià ambientate nell’Italia degli anni 20′.

Cameriere: extension, trucco da sgualdrina alla sagra dei cetrioli, bocce e simpatia in scala 1:10.

Vengo lasciata dieci minuti seduta ad un tavolo a fissare il muro, perchè Brad Pitt dei poveri, che ha si e no due anni più di me e che deve esaminarmi, è un po impegnato. Tento di non assumere il mio solito aspetto da persona schifata e apatica, sorridendo svogliatamente al muro. Gioco con il cellulare, saluto il muro, frugo nella borsa facendo finta di cercare qualcosa, dalla finestra posso vedere il Colosseo. Entra la padrona del locale, che come da copione è una tardona di 55 anni iper giovanile, con la faccia tirata e unta di fondo tinta Chanelle, rigorosamente due tonalità più scuro del necessario. Tutti la salutano come se fosse il papa, quello nuovo non quello tedesco. I ragazzi le danno i tre bacetti con le labbra posizionate a culo di gallina, da bravi cicisbei.

Da vicino Brad ha la grazia coatta di Costantino, mi fa qualche domanda, nota che sono molto seria mentre lo scolto, e mi apostrofa subito:

Questo è un ambiente giovane, qui la cosa importante è sorridere sennò bla bla bla bla.

Il sorriso è la mia condanna, fatto molto ironico per una come me che ama ridere e scherzare. Ma siccome è la prima impressione quella che conta, per il resto del colloquio ostento un sorriso da ebete. Mi fanno male i muscoli agli angoli della bocca. Al tavolo di fianco un altro ragazzo aspetta che Brad finisca con me. Mi basta guardarlo un attimo per capire che è gay e che questa ormai è una partita persa, in quanto questi posti devono sempre avere:

-un tocco di etnicità latina o sudamericana

-quello di colore

-il gay

Il barista era peruviano o giù di li, e io sono una donna etero olivastra, che manco sorride. Vado via, un po triste, ma un po sollevata.

Hai voglia di lavorare divertendoti? Hai voglia di far parte del gruppo?

Si, si e si! Di solito non rispondo mai ad annunci idioti ma, siccome inizio ad avere l’ansia di rimanere col culo per terra entro giugno, decido di buttarmici, coinvolgendo anche G. Il locale ha un nome che istiga al suicido. E’ un segno le dico, e lei è d’accordo con me. Il colloquio mi lascia entusiasta, sogno di spostarci tutti li a lavorare, io G e G2, sono al settimo cielo.

Arriva il giorno della prova. Tanto per iniziare mi mettono a studiare il menù per mezz’ora. Tutte le birre nei pub hanno la descrizione stile enologo, testi ridicoli tipo sapore corposo, retrogusto fruttato, sapore fruttato, retrogusto corposo. Però non dicono mai che fa pisciare bestialmente. Finalmente mi dicono le due cazzate che mi devono dire e si parte.

Mi accollo immediatamente al mio collega di sala, invitandolo a correggermi e autorizzandolo a rompermi le palle se serve: meglio lui che la capa. Purtroppo lui lavora li da un mese, ed è come se non ci avesse mai lavorato. Io per stasera non prendo gli ordini dei tavoli, per volere della capa, eppure questa viene incazzata a chiedere ad entrambi perché il 6 non è apparecchiato, nonostate abbiano preso da mangiare. Io guardo lui, e lui guarda me, terrorizzato.

Mi dici come cazzo faccio sapere che signor 6 mangia una amatriciana alle 11,30 di sera, se io non prendo gli ordini?!

Inoltre sono mortificata perché non capisco la scrittura della capa nelle ordinazioni: è come se avesse fatto le elementari nella piramide di Cheope. Il mio collega è paralizzato dalla paura, ha la fronte imperlata di sudore, la sua mandibola tremola. Prendo in mano la situazione e corro a prendere le posate, con la capa che mi corre appresso incazzata:

-che stai facendo?-

-sto apparecchiando-

-perché fai così?!-

-perché….perché devono mangiare e tu mi hai detto….”

Sono confusa. E’ furente mentre mi fa vedere che le posate, che sono avvolte in coppia forchetta-coltello dentro al tovagliolo, devono essere srotolate dal fazzoletto (che, bada bene, deve essere conservato per riavvolgerle a fine serata) e portate al tavolo tenute in mazzo, un mazzo schifoso di forchette e coltelli. In tutti i ristoranti del mondo sono avvolte in un tovagliolo piegato elegantemente, persino nella bettola dove lavoro durante l’inverno. Mi sento un’imbecille con questo mazzo di ferraglia in mano

Passo la serata a fare il capro espiatorio, scusandomi per ordinazioni perse e piatti che arrivano dopo due ore. Non capisco più i numeri dei tavoli perché me li hanno spostati tutti, e contarli non serve più. Non li sa nemmeno il mio collega, che passa la sera a piagnucolare:

Hai scoperto che numero è quel tavolo?!

Lo prenderei a bastonate, e a colpi di boccale da 0,60 in testa. Alcuni ordinano un super wurstel che sembra un enorme cazzo, cosa che notano anche i clienti: prima ne ridono, ma dopo lo mangiano di gusto. Chiedo a collega-di-merda se ogni tanto i dipendenti possono alimentarsi a sbafo li dentro. Mi rode il culo perché so che chi lavora in questi posti di solito si abbuffa, mentre a me quella sera hanno fatto bere solo acqua di rubinetto.

No niente, ma meglio così, perché io sto facendo palestra e sono a dieta.

Non è questo il punto, cazzo. Ormai sono fuori di me.

A fine serata il mio collega merdoso trova un escamotage per limitarsi a spazzare e correre via, a piangere sul suo cuscino di Hello Kitty, mentre io devo rimanere a lavare i cessi. E finiti i cessi devo lavare tutta la sala, senza alzare le sedie sui tavoli perché non si sa mai che il lavoro venga fatto meglio e impiegando solo un terzo del tempo. Fortuna che i cessi li ho puliti alla trullallera. Mi lascio tutto alle spalle ripromettendomi di non mettere mai più piede la dentro. Niente di più semplice, non vengo richiamata infatti.

Non sono una banca

Quella che sembrava una soluzione perfetta, si rivela una soluzione fecale quanto le altre. La frase cult:

Qui io non prendo gente che lavora perché vuole fare i soldi, non sono una banca

D’altronde i giovani sono schizzinosi: non vogliono lavorare gratuitamente per periodi di prova imprecisati, e quando li onori con la vile pecunia devono quasi sentirsi in colpa. Sarà per questo che ogni volta che mi pagano dico grazie. La paga è un concetto astratto, perché dipende dalle entrate e dall’allineamento dei pianeti. Gli scontrini non esistono perché è un circolo culturale.

La libertà di pensiero e la libertà di scelta vengono meno quando hai le bollette scadute appese al frigo, e l’affitto che incombe inesorabile. Ma almeno posso bere tutto quello che mi pare!

Buoni propositi, tutorial

Prendi un paio di forbici arrotondate, se sono appuntite chiedi l’aiuto di un genitore. Ora taglia gli svaghi, gli amici, vacanze, compleanni, caffè con G che dovrebbero durare solo 10 minuti ma che diventano 2 ore. Lascia solo lo studio, 6 ore di sonno, e prendi più lavoro che puoi. Fai pausa dallo studio esclusivamente per lavorare. Taglia il superfluo, cos’è che ti impedisce di essere quello che vorresti essere? Ora apri il cassetto del tuo comodino: ci sono i prossimi due mesi di affitto, e un esame da verbalizzare questo lunedì.